L’analista e la e società

Nel nostro apporccio, l’analista non è certo assimilabile allo “specialista dell’anima” che si isola dal contesto sociale, ma è un operatore preparato e disponibile per un progetto di lavoro sulla società e nella società; un terapeuta che – partendo da solide basi teoriche e metodologiche – possa sperimentare percorsi di destrutturazione e cambiamento, pur con la consapevolezza delle resistenze presenti nell’individuo come nel gruppo sociale.

Del resto la psicoanalisi, nata nel suo “laboratorio” dalle caratteristiche così specifiche – lo studio medico del viennese Freud, alla fine dell’800 – si è poi trovata di necessità a dover fare i conti con realtà meno “comode”: non più soltanto i problemi nevrotici ma la follia degli ospedali psichiatrici – nei due sensi della frase! -, non più il suo laboratorio dove poter comodamente mettere sotto la lente d’ingrandimento il disagio del singolo ma il funzionamento disturbato dei gruppi (cfr. P.C. Racamier 1982).

Ma, nonostante questo, a ben guardare la psicoanalisi da subito o quasi si è ritrovata a fare delle “incursioni” in campi che non erano direttamente clinici. Sigmund Freud, con il suo saggio sul Piccolo Hans, già nel 1908 si trovava ad applicare il metodo psicoanalitico ad un contesto pedagogico. Infatti, questo che è forse il caso clinico più famoso di tutta la psicoanalisi, è nato da una sorta di “supervisione alla genitorialità” svolta da Freud nei confronti di un suo collega, disorientato e stupefatto per i comportamenti incomprensibili e ingovernabili del proprio figlioletto, il piccolo Hans, appunto.

A partire dagli anni ’20, con la nascita dell’Istituto Tavistock, vi sarà una formalizzazione dell’applicazione del modello psicoanalitico a contesti non clinici.

L’area di applicazione della psicoanalisi si è estesa quindi a soggetti e contesti prima considerati off-limits: il disagio infantile e adolescenziale segnalato dagli insegnanti, gli invii fatti dai medici di base, l’utenza degli assistenti sociali, i casi sempre più diffusi di incesto e maltrattamento che arrivano ai tribunali dei minori, le coppie in crisi, le famiglie multiproblematiche con la drammaticità che le caratterizza, sono soltanto alcuni esempi dell’urgenza di una presa in carico di tipo psicoterapeutico che chiama gli psicoanalisti a portare il loro contributo.

Quando l’analista si trova a mettere a disposizione di coloro che operano in tali ambiti la propria esperienza, si rende manifesta la preziosità sociale di questo tipo di lavoro.

Il vecchio terapeuta, prigioniero del rapporto tra Io e Tu nel suo studio, deve cedere il campo a chi sia capace di affrontare anche i meccanismi inconsci del gruppo e della specie. Con questo non sto postulando l’esigenza di tre diversi operatori dell’inconscio, uno per ogni specifico settore, individuale, sociale ed istintuale, ma un uomo capace di affrontare i problemi nella loro globalità. ” (S. Gindro, “L’inconscio inevitabile” in L’oro della psicoanalisi, Alfredo Guida 1993).